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Messaggioda MarioBros » 12/05/2010, 1:53

ADAM

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Genere: Commedia
Titolo originale: Adam
Nazione: Stati Uniti
Anno produzione: 2009
Durata: 99'
Regia: Max Mayer
Cast: Hugh Dancy, Rose Byrne, Peter Gallagher, Amy Irving, Frankie Faison, Mark Linn-Baker, Ursula Abbott, Karina Arroyave, Maddie Corman, Adam LeFevre, Haviland Morris, Susan Porro, John Rothman, Terry Walters, Bill Dawes
Produzione: Olympus Pictures, Serenade Films
Distribuzione: 20th Century Fox
Sceneggiatura: Max Mayer
Uscita americana: 29 luglio 2009
Uscita italiana: 14 maggio 210

ADAM LOCANDINA



ATTENZIONE :





Boy meets girl
In un condominio newyorkese, le vite di due giovani si preparano a incrociarsi per lasciare segni indelebili l'una sull'altra. Lui, Adam, brillante ingegnere elettronico appassionato di astronomia, è un ragazzo che ha appena perso il padre, e che a causa della sindrome di Asperger non è in grado di intrattenere relazioni sociali durature; lei, Beth, è invece una scrittrice di libri per bambini, appena trasferitasi per lasciarsi alle spalle una storia finita in malo modo. L'incontro con quel ragazzo esageratamente impacciato e chiuso suscita in lei una certa curiosità, e fra i due nasce un rapporto amichevole che sfocia poi nell'amore; ma un intero mondo li separa, e non è detto che tutto vada come si vorrebbe...

Una nuova gemma dal cinema indipendente americano
È davvero un peccato che la creatività di alcune tagline si perda inevitabilmente nella traduzione italiana, e quella - bellissima - di Adam ne è l'esempio ideale: A story about two strangers, one a little stranger than the other recita la locandina originale del film, ma nella traduzione sparisce il gioco di parole fra i due significati di stranger, finendo per suonare meno incisiva e meno sensata rispetto all'inglese. Ovvero: "Storia di due sconosciuti (strangers), uno un po' più strano (stranger) dell'altro.
La "stranezza" in questione fa riferimento, con tenera ironia, alla sindrome di Asperger che grava sul protagonista, e che nelle mani del regista Max Mayer - nome sconosciuto, ma attivo soprattutto a teatro e nelle serie televisive prima di girare Adam - diviene metafora di una difficoltà nelle relazioni sociali a livello più ampio, rappresentando "la tensione fra tutti gli esseri umani e il desiderio di connessione gli uni con gli altri". Ma la difficoltà maggiore per chi è affetto da sindrome di Asperger (una forma di disordine dello sviluppo imparentata con l'autismo) risiede proprio nell'impossibilità di stabilire tale connessione: immerso nelle meccaniche ossessive del suo mondo, Adam non è in grado di decifrare la comunicazione non verbale, né di cogliere i messaggi impliciti o le effettive necessità del prossimo, come se gli mancasse quel "senso comune" che permette il quieto vivere fra i propri simili e la costruzione di un'esistenza che potremmo definire normale, qualunque cosa significhi questo termine. Evidentemente solo l'amore può porre rimedio a questa estraneità, come nella migliore delle tradizioni cinematografiche a sfondo sentimentale: un amore che è contatto (non solo fisico), comprensione e complicità. Sacrificio, persino. Ma un amore che, ciononostante, ha dei limiti.
Perché Adam è un film che non illude, non racconta una fiaba, non soffia fumo negli occhi speranzosi dello spettatore. Piuttosto gioca con lui e con le sue aspettative, prospettandogli una struttura narrativa "classica" riassumibile nello schema "incontro-amore-contrasto-riappacificazione", ma sul più bello, proprio quando il pubblico crede che tutto stia andando come vorrebbe, ecco che Mayer piazza la svolta, e l'idillio precedentemente creatosi si scontra con la dura realtà dei fatti. Sarebbe stato semplice appagare fino in fondo il romanticismo dello spettatore, rendendo il film "solo" un prodotto sentimentale con un protagonista atipico, ma in definitiva sarebbe stato anche poco onesto e fuori luogo. Ciò che si può concedere all'ottimismo - e che è giusto concedere, poiché il clima oscilla fra dramma e commedia, e non si negano alcuni sorrisi - è invece il valore esperienziale del rapporto fra Adam e Beth, nella misura in cui entrambi riescono a ricavarne una sorta di maturazione personale - a livello sociale ed emotivo per lui, creativo e psicologico per lei - proprio in un momento in cui rischiavano l'auto-isolamento a seguito dei propri drammi personali (anche se questo non è sufficiente per soddisfare gli spettatori, che difatti non hanno premiato il film ai botteghini).
Certo è che, al di là dei suoi contenuti, Adam vince anche a livello registico e interpretativo. Se la regia di Mayer è invisibile ma elegante (e comunque capace di proporre composizioni di grande effetto, come l'inquadratura in cui Adam, seduto al tavolo del soggiorno, appare "incorniciato" dall'ingresso della sala, in una sorta di inquadratura nell'inquadratura), l'interpretazione "mimetica" di Hugh Dancy e quella emotivamente sfumata di Rose Byrne - attrice ingiustamente trascurata dal cinema americano - sono di notevole classe, e li impongono come la migliore coppia vista nelle sale di recente alla pari del duetto Gordon-Levitt/Deschanel di 500 giorni insieme.
Un film che conferma la sensibilità e l'ottima vena creativa del cinema indipendente americano, e che probabilmente avrà anche da noi pochi, pochissimi spettatori. Assicuratevi di essere fra quei pochi, ne varrà la pena.
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