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Messaggioda MarioBros » 25/05/2010, 23:54

AVATAR

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Genere: Fantascienza
Titolo originale: Avatar
Nazione: Stati Uniti
Anno produzione: 2009
Durata: 162'
Regia: James Cameron
Cast: Sam Worthington, Sigourney Weaver, Giovanni Ribisi, Michelle Rodriguez, Zoe Saldana, Joel David Moore, Laz Alonzo, Wes Studi, Stephen Lang, Peter Mensah, CCH Pounder, Dileep Rao, Matt Gerald, Scott Lawrence, Jacob Tomuri
Produzione: Twentieth Century-Fox Film Corporation, Lightstorm Entertainment, Giant Studios Inc.
Distribuzione: 20th Century Fox Home Entertainment
Sceneggiatura: James Cameron
Uscita americana: 15 dicembre 2009
Uscita italiana: 15 gennaio 2010

Immagine



ATTENZIONE :





L'io nell'altro
L'anno è il 2158, ma il potere distruttivo della guerra è sempre lo stesso: Jake Sully, un marine, ha infatti perso l'uso delle gambe in combattimento, ma non può pagare l'operazione chirurgica che le rimetterebbe in sesto e dunque è costretto su una sedia a rotelle. Ma un evento tragico - la morte di Tom, suo fratello gemello - diviene un'insperata opportunità per ricominciare. Poiché i loro codici genetici corrispondono, Jake può prendere il posto di Tom nel programma Avatar, sviluppato dai colonizzatori di Pandora, una luna-satellite del pianeta Polyphemus, allo scopo di prendere contatto con la popolazione indigena dei Na'vi, legata alla terra e ovviamente indisposta a vedere il proprio territorio sfruttato dagli invasori.
Giunto su Pandora e collegato al suo avatar, "nato" in laboratorio mescolando DNA umano e alieno, Jake riesce a introdursi nella tribù dei Na'vi, scoprendo un punto di vista inedito che gli farà dubitare di tutto ciò in cui credeva...

Quando la fantascienza incontra l'epica
"È fantastico", dice Jake Sully in un sospiro di gioia e stupore, quando per la prima volta scivola mente e corpo nel suo avatar. "È fantastico", e le sue parole sembrano coincidere con la nostra reazione al film: il suo stupore è il nostro stupore, il suo senso di meraviglia appartiene anche a noi. Avatar è arrivato, e se non cambierà la storia del cinema, come troppo frettolosamente è stato detto e sperato da alcuni, di sicuro lascerà una traccia indelebile nell'immaginario popolare, influenzando sotto l'aspetto visivo e realizzativo una buona parte delle produzioni fantastiche future. E scusate se è poco.
Ma quali sono le ragioni di un'attesa così fremente? La risposta è tutta compresa nel nome del regista: James Cameron ha diretto pochi film nella sua carriera, ma in ognuno di questi si è dimostrato un grande innovatore, in grado di abbracciare i gusti del pubblico attraverso una vasta ricerca di carattere tecnologico, sempre però al servizio della storia e del suo portato emotivo. Avatar non fa differenza. Pur essendo forse meno pionieristico di Terminator 2 o Titanic - non dimentichiamoci che stavolta Cameron deve molto a Peter Jackson e alla sua WETA Digital - Avatar riesce a spingere l'impiego della grafica computerizzata e della performance capture a livelli che finora erano stati solo sfiorati, e spesso soltanto immaginati. Le tecniche digitali si rivelano qui realmente indispensabili tanto alla costruzione di un mondo, un mondo vivo e pulsante com'è quello di Pandora, quanto alla definizione ex novo di una cultura immaginaria - ma palesemente ispirata alle tradizioni dei nativi americani - com'è quella dei Na'vi, popolo capace di stabilire anche in modo fisico, non solo spirituale, un legame diretto con la natura (il tutto in virtù di un'idea di sceneggiatura molto interessante: al contrario dell'uomo, i Na'vi non hanno bisogno di dominare e assoggettare la natura, bensì sanno sfuttarla all'interno di un rapporto paritario). Inutile dire quanto sia importante la tematica ecologista, in Avatar; ed è altrettanto inutile sottolineare che, inevitabilmente, molti parleranno di messaggio risaputo, scontato, già sentito. Ma veicolarlo attraverso un film di tali proporzioni, che raggiunge strati molto ampi di pubblico sia in senso quantitativo (ha superato Titanic come maggiore incasso nella storia del cinema) sia sotto il profilo della formazione culturale, significa ottenere un sicuro impatto sulla consapevolezza degli spettatori, i quali certamente saranno liberi di accogliere o rifiutare quel messaggio, ma al contempo, e altrettanto certamente, non potranno restarne indifferenti.
In maniera non dissimile, ciò che potrebbe apparire risaputo è anche l'intreccio narrativo, con i suoi sviluppi. In fondo, Avatar non racconta una storia originale: è un film di derivazione, ma è un grande film di derivazione. Grande non solo per le sue dimensioni da kolossal, ma anche per l'abilità con cui sintetizza decenni di fantascienza progressista (gli scienziati "buoni" e i militari "cattivi", reazionari e violenti...) amalgamandola alla tradizione (off) hollywoodiana del western revisionista. Perché Avatar, a ben vedere, fa con i western crepuscolari e revisionisti degli anni Settanta la stessa cosa che Blade Runner fece con i noir degli anni Quaranta: ne prende in prestito cliché e stilemi rappresentativi, e li omaggia trasferendoli in un contesto immaginifico, fantascientifico. Un film "classico" insomma, nella struttura e nei contenuti. D'altra parte Cameron non ha mai raccontato trame rivoluzionarie o particolarmente innovative, i pregi dei suoi film sono sempre stati nel respiro epico, nella ricerca tecnologica, nel ritmo, nelle capacità visive; e, ricordiamolo, nel coinvolgimento emotivo, nella sensibilità romantica che si sposa sorprendentemente bene con le logiche dell'azione, e che qui ci fa simpatizzare per l'amore fra Jake e la meravigliosa Neytiri ("animata" da Zoe Saldana). Sensibilità che si esprime inoltre nel tema del "diverso", fondamentale almeno quanto il messaggio ecologista: Jake, marine paraplegico a causa della guerra, riscopre la vita calandosi nella prospettiva e nel corpo dell'altro, dell'oppresso, comprendendone il punto di vista e condividendone la spiritualità (una spiritualità molto laica, fra l'altro). Pura lezione di umanità, oggi alquanto necessaria, e non distante da quella dello splendido District 9.
Nella grandiosità dell'insieme, il tanto decantato 3D non delude, e forse per la prima volta risulta concretamente utile alla fruizione. Lontano da una filosofia semplicemente ludica, l'impiego del 3D serve davvero ad aggiungere una dimensione ulteriore, e questa dimensione è il mondo di Pandora, che assorbe, ingloba gli spettatori proprio grazie ai prodigi della stereoscopia. È un 3D tutto giocato in profondità, la cui funzione è proprio quella di "farci entrare" nel film rendendo ancor più verosimile la sontuosità delle creature, della vegetazione, dei suggestivi scenari al digitale, peraltro già fotorealistici di per se stessi. Difficile, al momento, credere che questa tecnologia possa imprimere al cinema una svolta pari all'introduzione del sonoro, ma di certo potrebbe offrire un contributo rilevante qualora venisse sfruttata a scopi narrativi, come nel caso di Avatar.
James Cameron si conferma un autore-demiurgo sconfinato, ambizioso, padrone di ogni livello produttivo, persino capace di individuare grandi star in erba (là erano Schwarzenegger e Di Caprio, qui Sam Worthington). Un autore totale, consapevole della sua fama (i fan impazziranno per l'autocitazione nel duello conclusivo, che richiama il mitico Aliens), e chiaramente larger than life, se si considera la scioltezza con la quale racconta storie epocali, storie che per molti registi rappresenterebbero l'unico e più grande sforzo di un'intera carriera. Lui no, lui può fare "solo" film così. Anche se il prossimo The Dive potrebbe rivelare il suo talento anche per storie più "piccole" e intimiste. Tutto sommato, non ci sarebbe da sorprendersi.
Ah, ovviamente da vedere... ma non era necessario dirlo, no?
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