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Messaggioda MarioBros » 17/10/2010, 13:33

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Genere: Thriller, Mistery
Titolo originale: Buried
Nazione: Spagna
Anno produzione: 2010
Durata: 90'
Regia: Rodrigo Cortés
Cast: Ryan Reynolds
Produzione: Versus Entertainment, The Safran Company, Dark Trick Films
Distribuzione: Moviemax
Sceneggiatura: Chris Sparling
Uscita italiana: 15 ottobre 2010

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In sala, come sullo schermo, è buio pesto. Segnali che la proiezione è iniziata sono alcuni rumori indistinti, gemiti e colpi sordi. Finché Paul (Ryan Reynolds), al chiarore di un accendino, scopre – e noi con lui – di essere sepolto vivo in una cassa di legno delle dimensioni appena sufficienti per alleviare i crampi. Il suo unico contatto col mondo e la sola opportunità di salvezza è un cellulare ritrovato in un angolo. Ma l’ossigeno comincia a scarseggiare, il telefono è già mezzo scarico e, quel che è peggio, Paul non dispone di indizi per poter mettere sulle sue tracce eventuali soccorritori…

Cinefobia e horror contemporaneo
Se siete fra quelli che inventano mille scuse pur di non mettere piede in ascensore, questo non è il film per voi. Assumendo che il cinema, inteso come sala di proiezione, non sia di per sé un posto gradito a chi soffre la paura irrazionale per gli spazi chiusi e angusti che va sotto il nome di claustrofobia, nel caso di Buried il disagio risulterebbe dilatato dalla natura disturbante di questo thriller atipico dello spagnolo Cortés.
Sulle “relazioni pericolose” tra cinema e claustrofobia, l’horror contemporaneo ha costruito una tradizione, attingendo a piene mani dalla psico-fisiologia clinica, in cerca di sempre nuovi colpi bassi da assestare al già fragile equilibrio nervoso dello spettatore post-moderno. Nello splendido The Descent dell’inglese Marshall, erano un gruppo di speleologhe, smarrite in un dedalo di caverne. In Haze di Tsukamoto, l’orrore assumeva la forma più concettuale e altrettanto soffocante di un uomo intrappolato in corridoi oscuri, immemore del proprio passato, alla ricerca di una via d’uscita. Pellicole recenti come Cube, Rec o Pandorum hanno giocato “sporco” con una tra le fobie più diffuse e primordiali dell’essere umano. Ciò che però distingue Buried dai precedenti citati, è la totale contiguità del punto di vista dell’osservatore, immobilizzato e costretto per tutto il tempo nello stesso spazio fisico del protagonista. Il film è girato interamente nella cassa-prigione, senza che neanche una volta ci venga concessa una liberatoria, seppure momentanea, boccata d’ossigeno in superficie. A contatto ravvicinato, è la corporeità martoriata di Paul che sorregge quasi ogni inquadratura, la tensione contratta di muscoli e nervi, i particolari della pelle sudata e imbrattata di terra.

La morte attende sull’altra linea
Con un plot radicalmente ridotto all’essenziale, adeguato a svilupparsi nel lasso di un cortometraggio, il rischio di un calo d’attenzione da parte dello spettatore era in agguato. E invece Buried non annoia - superata la sorpresa iniziale e fatti i conti con il dato claustrofobico - grazie ai continui virtuosismi di regia e a una certa dose di furbizia in fase di sceneggiatura, che, per stessa ammissione del regista, molto devono alla lezione di Hitchcock (pensiamo al rigoroso rispetto dell’unità di spazio/tempo con cronometrica ostentazione in The Rope).
Se da una parte, infatti, la macchina da presa, mobilissima, continua a sorvolare a bassa quota il corpo del protagonista come si trattasse di un pianeta prossimo all'estinzione, dall’altra l’apparentemente esile tessitura narrativa si dipana con suspense crescente, disponendo sulla strada di Paul uno stillicidio di seccature e trabocchetti. Le operazioni più semplici si rivelano difficili e rischiose. Frustranti le telefonate che, tra risponditori automatici, attese in linea e trasferimenti di chiamata, lungi dal perforare il guscio di cupa solitudine in cui Paul è precipitato, non fanno che rigettarlo al fondo della sua disperazione.
Così, la vicenda grottesca di un uomo sepolto vivo in uno stato di deprivazione sensoriale contiene in sé indizi sufficienti per azzardare chiavi di lettura più sfaccettate, esistenziali e politiche. La condizione del protagonista diventa metafora di uno scollamento di senso e dell’isolamento in una società di simulacri. Paul Conroy, contractor civile, mandato a lavorare nell’Iraq occupato dalle truppe americane, è l’anti-eroe, pedina sacrificale del ricatto del salario, prima ancora che vittima di un conflitto bellico, i cui effetti riverberano tutto intorno, soltanto qualche metro sopra la sua testa.
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