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Messaggioda MarioBros » 09/06/2010, 0:25

DEPARTURES

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Genere: Drammatico
Titolo originale: Okuribito
Nazione: Giappone
Anno produzione: 2008
Durata: 130'
Regia: Yojiro Takita
Cast: Masahiro Motoki, Tsutomu Yamazaki, Ryoko Hirosue, Kazuko Yoshiyuki, Kimiko Yo, Takashi Sasano, Tetta Sugimoto, Tôru Minegishi, Tatsuo Yamada
Produzione: Amuse Soft Entertainment, Asahi Shimbunsha, Dentsu, Mainichi Hoso, Sedic, Shochiku Company, Shogakuk
Distribuzione: Tucker Film
Sceneggiatura: Kundo Koyama
Uscita giapponese: 13 settembre 2008
Uscita italiana: 9 aprile 2010

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ATTENZIONE :





Capire il senso della morte per tornare a riabbracciare la vita
Quando l’orchestra in cui suona come violoncellista viene sciolta, Daigo (Masahiro Motoki) decide di fare ritorno insieme alla moglie Mika (Ryoko Hirosue) al paese di sua madre, morta un paio d’anni prima. Rispondendo a un annuncio di lavoro che parla di “partenze”, e pensando si tratti di un agenzia viaggi, si ritrova invece assunto nell’agenzia di Sasaki (Tsutomu Yamazaki), che si occupa della ricomposizione dei cadaveri prima della cremazione. Tra la diffidenza iniziale per un’occupazione inconsueta e un passato non del tutto risolto, la vita di Daigo sta per prendere una svolta del tutto inattesa…

"Rianimare un corpo freddo e donargli eterna bellezza…"
"…Pur nella tristezza dell’ultimo addio, quanto veniva eseguito per preparare il defunto al suo viaggio, immersi nel silenzio pieno di pace della stanza, era calmo ed elegante. E più di ogni altra cosa, era colmo d’affetto". In questa frase, che è più una presa di coscienza da parte del protagonista, è racchiusa tutta l’essenza del film Departures di Yôjirô Takita (regista tra gli altri del film Sanpei, The Fisher Boy, sul celebre pescatore della serie animata).
Dalla nebbia del Giappone emerge un film splendido, un piccolo grande gioiello cinematografico, capace di vincere con merito l’Oscar come miglior film straniero nel 2009 (davanti a candidati di tutto rispetto quali La classe, Valzer con Bashir, Revanche – Ti ucciderò e La banda Baader Meinhof) e di aggiudicarsi l’Audience Award all’ultima edizione del Far East Film Festival di Udine.
Takita confeziona una storia abbastanza ordinaria, senza pretese, fatta di piccoli siparietti deliziosamente ironici e familiari e di tempi perfetti, scanditi dalla meravigliosa colonna sonora di Joe Hisaishi (affermato compositore già per Miyazaki, Kitano e lo stesso Takita) per indurre lo spettatore alla commozione più sentita, correndo attraverso il filo dei ricordi sulle corde di un violoncello. Un ritorno alle origini, insomma, in questo caso il paese natale di Daigo, per riscoprire il senso della vita attraverso la comprensione e il rispetto della morte. Non c’è nulla di più definitivo dell’ultimo saluto a un proprio caro defunto: il tanato-esteta è colui che restituisce dignità e vita al corpo inerte per il commiato da parte dei familiari, una preparazione rituale dettata da ritmi calmi e silenzi ossequiosi.
Si segue tutto l’iter del protagonista e non si può fare a meno di creare con lui un forte legame empatico: dallo scioglimento dell’orchestra che costituiva il suo investimento di vita e la conseguente sofferta decisione di lasciare il mondo della musica, al ritorno nel paese dell’infanzia in cerca di un impiego, come se il passato offrisse l’unica possibilità di rifugio per una persona senza più certezze e con un futuro annientato; dal primo approccio terribile con il suo nuovo lavoro e le difficoltà con la moglie Mika (Ryoko Hirosue, già in Wasabi e Hana and Alice), fino alla riconquista di un passato a lungo rimasto sfocato e la rivendicazione di un affetto paterno a lungo tenuto represso nell’anima. Tutte le situazioni che Daigo – un incredibile e perfetto Masahiro Motoki, bravissimo nel rendere ogni stato d’animo con l’espressione adatta, e capace di suscitare ilarità e commozione allo stesso modo, ma sempre naturalmente – vive, nell’arco dei pochi mesi di svolta rappresentati nel film, vengono percepite dallo spettatore con un coinvolgimento e un sentimento inattesi e avvolgenti.
Il pregio della regia di Takita è proprio quello di lasciare scivolare senza forzature né intromissioni di elementi caricaturali i vari quadri che compongono la crescita lavorativa (e parallelamente interiore) del protagonista, accompagnandolo, con un’alternanza di momenti leggeri e situazioni seriose, nel suo personalissimo viaggio contro il pregiudizio dei più nei confronti di un lavoro scomodo, ma capace di offrire l’accettazione della morte per i familiari e la possibilità di ritrovare una parvenza di vita prima dell’estremo saluto. Tutto il rispetto per la morte che emerge dallo schermo e raggiunge la percezione di ogni singolo spettatore, costringe quest'ultimo (con garbo e senza alcun senso di oppressione) ad assistere in silenzio anche alla riproposizione in più riprese degli stessi gesti eleganti e curati con cui il cerimoniale si dispiega nelle sue fasi di pulitura, vestizione, trucco e saluto prima della chiusura della bara.
Una doverosa citazione per la Tucker Film, società di produzione e distribuzione nascente, per il coraggio nel proporre un titolo di qualità (sempre più una rarità dispersa dietro al muro dei colossi da botteghino) come Departures nelle sale italiane, e per l’attenzione dimostrata nel curare il doppiaggio, troppo spesso punto debole e invalidante delle importazioni asiatiche.
"Che vogliate ridere o piangere, lasciate fluire i vostri sentimenti": sono le parole del produttore Yasuhiro Mase per la presentazione italiana del film. Ed è l’unico suggerimento assolutamente da seguire, oltre a quello di tenere i fazzoletti a portata di mano. Buona visione.
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