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Messaggioda MarioBros » 25/05/2010, 23:53

GREEN ZONE

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Genere: Azione
Titolo originale: Green Zone
Nazione: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Spagna
Anno produzione: 2010
Durata: 115'
Regia: Paul Greengrass
Cast: Matt Damon, Greg Kinnear, Jason Isaacs, Amy Ryan, Khalid Abdalla, Yigal Naor, Nicoye Banks, Said Faraj, Sean Huze, Bijan Daneshmand, Raad Rawi, Jerry Della Salla, Edouard H.R. Gluck, Allen Vaught, Brendan Gleeson, Antoni Corone
Produzione: Universal Pictures, Working Title Films, Studio Canal, Relativity Media, Antena 3 Films
Distribuzione: Medusa Film
Sceneggiatura: Brian Helgeland
Uscita americana: 12 marzo 2010
Uscita italiana: 9 aprile 2010

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A loro interessa solo qualcosa da mostrare alla CNN…
Baghdad, 2003. Saddam è appena stato detronizzato e il paese è nel caos, a metà tra un’invasione mascherata da democrazia e un ex-esercito destituito di ogni potere e messo al bando dalle forze alleate. Il soldato Roy Miller (Matt Damon) è a capo dell’unità Delta, in missione fuori dalla zona verde protetta per trovare le famose WMD, le armi di distruzione di massa che Hussein avrebbe nascosto sul territorio iracheno. Dopo l’ennesima soffiata inesatta da parte di una misteriosa fonte dell’intelligence soprannominata “Magellano”, Miller sospetta dell’inesistenza delle armi, nonché della fondatezza stessa dei presupposti per la guerra in Iraq, e cerca di scoprire la verità sulla fonte e i suoi rapporti coi servizi segreti statunitensi...

"Hai idea di cosa succede al di là della Green Zone?"
La zona verde, sinonimo di accessibilità per tutte le forze internazionali presenti su un territorio di guerra, ma anche un clamoroso paradosso a due passi da morte e distruzione. Il nuovo film di Paul Greengrass (lontano dalla bellezza emozionante di Bloody Sunday e sempre più uniformato agli action thriller) trova il modo di mettere una piccola bandierina di denuncia anche su questo aspetto della guerra in Iraq, correndo il rischio che sia considerata un’ipocrita sensibilizzazione a posteriori: nella Green Zone del titolo, un’area di dieci chilometri quadrati nel centro di Baghdad, dove si concentrano le operazioni di facciata (visite di capi di stato, pianificazione di strategie militari e attività di stampa) inerenti al conflitto iracheno, non mancano siparietti alienanti in cui i turisti si mettono in posa accanto a carri armati ribaltati o formose signorine in bikini che prendono il sole nella piscina di quello che era il palazzo presidenziale di Saddam. Al di là del confine di sicurezza, invece, comincia la zona rossa: è il caos, proprio laddove si svolge l’azione più cruenta, dove migliaia di civili ed ex-soldati dell’esercito iracheno senza più controllo cercano disperatamente di (soprav)vivere, ancora oggi.
Il regista getta una luce nuova, dalla parte della popolazione, che non sia solo una sterile considerazione fornita da chi è spettatore lontano. Se lo chiede con convinzione, per bocca dei propri personaggi: una volta appurata l’inesistenza di armi di distruzione di massa e la conseguente politica fallimentare targata Bush-Rumsfeld, quale dovrebbe essere il passo successivo? Senza considerare quanto questa guerra sia già stata largamente considerata infruttuosa – per non dire inutile – e promossa sulla base di prove infondate, alla fine Greengrass raccoglie solo alcuni pezzi necessari alla resa di una situazione abbastanza credibile da permettergli di inserire la sua storia, fatta di eroi finti e cattivi poco convincenti, retta solo da una suspense estrema. Non fornisce una chiave interpretativa particolare sulla guerra in Iraq, ma si limita a usare come sfondo il conflitto senza pretendere una presa di posizione da parte dello spettatore: mette in gioco le sue pedine, schierandole tra i buoni o tra i cattivi, forte del fatto che il buono ha sempre le simpatie di chi assiste allo spettacolo, qualunque sia l’esito del suo percorso. Poco importa se sia verosimile o meno l’intero impianto filmico: passi l’idea che un soldato semplice possa rendersi conto dell’inefficacia e della progressiva inattuabilità di una guerra in cui si trovi coinvolto, ma è davvero impossibile pensare che sia in grado di condurre una rivoluzione mediatica su larga scala arrivando a carpire in pochi giorni dei segreti di cui per mesi la CIA e l’intelligence non erano venuti a capo.
Le scelte registiche somigliano molto a quelle prese per i due Bourne girati dallo stesso Greengrass, con tanta camera a mano, effetti speciali a tutto spiano e interminabili inseguimenti per le strade buie di Baghdad. Matt Damon (Invictus, The Informant!) finisce per essere ancora una volta Jason Bourne, ma in tuta mimetica, senza aggiungere nulla al personaggio del soldato Miller; Greg Kinnear (Little Miss Sunshine) è un perfetto cattivo in giacca e cravatta, così lontano dalla polvere insanguinata della zona rossa da uscire credibile nei panni dell’agente Poundstone della DIA, il servizio segreto del Dipartimento della Difesa statunitense; Brendan Gleeson (In Bruges – La coscienza dell’assassino) completa il cast con una buona interpretazione nel ruolo di capo di postazione della CIA, sempre spionaggio ma all’estero per gli Stati Uniti, alleato prezioso per il percorso del soldato Miller.
Un film poco amato in patria – soprattutto perché non va troppo a fondo con le sue mezze verità, ma resta in superficie: d’altronde è un thriller, non un documentario sulla guerra in Iraq! – senza velleità di realismo e con qualche punta di denuncia: Green Zone mantiene la sua efficacia intatta e risulta godibile per tutta la sua durata, proponendo la classica antitesi tra buoni che sopravvivono in qualunque circostanza (il soldato Miller e l’agente della CIA) e cattivi di turno (Clark Poundstone o la giornalista) più che altro rappresentativi di un sistema malato, costruito e fomentato da menzogne, a cui porre rimedio.
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