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Messaggioda MarioBros » 11/06/2010, 0:47

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Genere: Commedia
Titolo originale: Happy Family
Nazione: Italia
Anno produzione: 2010
Durata: 90'
Regia: Gabriele Salvatores
Cast: Fabio de Luigi, Margherita Buy, Diego Abatantuono, Fabrizio Bentivoglio, Carla Signoris, Valeria Bilello, Gianmaria Biancuzzi, Alice Croci
Produzione: Colorado Film
Distribuzione: 01 Distribution
Sceneggiatura: Gabriele Salvatores, Alessandro Genovesi
Uscita: 26 marzo 2010

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ATTENZIONE :





"Nella vita non c’è una trama" (Groucho Marx)
Vincenzo, noto avvocato milanese, ha una malattia incurabile e non riesce a dirlo ai famigliari. Il figliastro Filippo, sedicenne “pariniano”, è talmente inquadrato che già ha pianificato di sposare la sua ragazza, Marta, proveniente da un ambiente più alternativo. A una cena da Vincenzo si trovano le famiglie dei due ragazzi, e vi si aggiunge, catapultato per caso, anche Ezio, lo sceneggiatore-narratore del film...

"Ma che ca**o ci fa un gabbiano in una città senza mare?"
E per di più palesemente realizzato in computer grafica? Così si potrebbe aggiungere all’interrogativo ricorrente di Ezio, interpretato da un quanto mai stralunato Fabio De Luigi. La frase citata di Groucho Marx (“Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere… nella vita non c’è una trama!”) suona ironica in un film dove la trama è molto esile, sconclusionata e continuamente messa in discussione da Ezio, l’alter ego dell’autore nel film, che si interroga sui suoi vari, possibili sviluppi narrativi. Il senso di Happy Family è metacinematografico e consiste in una riflessione sulla narratologia, sull’atto di scrivere, nel suo farsi, come continuo lavoro in divenire.
Il film nasce da un testo teatrale di Alessandro Genovesi, che nel film appare in un cameo, peraltro dopo che Ezio ha fatto le sue elucubrazioni proprio sui cameo al cinema. Si tratta di un autore, e attore, della scuderia del milanese Teatro dell’Elfo, proprio quello in cui Salvatores aveva mosso i primi passi da regista teatrale negli anni ’70. A un altro dei fondatori della compagnia, l’attrice Corinna Agustoni, che interpreta la nonna, si deve l’operazione che ha portato a questo film. Happy Family segna dunque il ritorno di Salvatores alle origini, nella sua Milano che viene qui magnificamente esaltata.
Il film riprende la dimensione teatrale d’origine, pirandelliana, in cui i personaggi sono consapevoli di essere tali. Come se non si fosse capito, il padre (Abatantuono) ribattezza scherzosamente Ezio come Pirandello. Ciononostante Happy Family non è mai “teatrale” e Salvatores riesce a tradurre il testo di partenza in un’opera dal respiro squisitamente cinematografico, valorizzando gli esterni della grande metropoli, scelti tra i suoi angoli caratteristici, e giocando su una sgargiante fotografia e un montaggio da ritmo serrato.
I debiti sono anche, e numerosi, verso Woody Allen, anche, e non a caso, quello teatrale: dal ricorso, eccessivo, al camera-look , in cui il personaggio si rivolge direttamente allo spettatore guardando in camera, al riprendere la situazione di La rosa purpurea del Cairo, in cui i protagonisti del film si contendono il ruolo principale. Ma la derivazione più evidente è da I Tenenbaum, per l’ambientazione famigliare un po’ sui generis, per la narrazione sgangherata e imprevedibile e il tono scanzonato con cui affronta anche il tema della morte.
In sintonia con il film di Wes Anderson è anche la fotografia di una Milano iperrealista, piena di colori saturi. Basta pensare alla scena dell’incidente dove ci sono solo i colori giallo e grigio. È un mondo palesemente inventato, ma popolato di personaggi realistici, come il padre-Abatantuono, evidente impersonificazione di Salvatores, anche per essere stato uno dei suoi attori feticcio. Ci sono anche sequenze in bianco e nero retrò, come quella sul tram, ancora una volta alleniana, dall’inizio di Stardust Memories che a sua volta citava l’incipit di 8½.
Salvatores si conferma come un bravo mestierante, un grande confezionatore di film. Questo suo rifarsi pedissequamente al cinema di Anderson, e di Gondry, pone tuttavia seri dubbi sul suo status di autore, almeno nel senso dei Cahiers. E questo nonostante gli ammiccamenti autocitazionisti, come quando Abatantuono e Bentivoglio pensano di essersi già incontrati in Marocco, palese riferimento a Marrakech Express.
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