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Messaggioda MarioBros » 05/06/2010, 0:27

IL TEMPO CHE CI RIMANE

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Genere: Drammatico, Commedia
Titolo originale: The Time That Remains
Nazione: Belgio, Francia, Italia, Stati Uniti
Anno produzione: 2009
Durata: 105'
Regia: Elia Suleiman
Cast: Elia Suleiman, Saleh Bakri, Ali Suliman, Amer Hlehel, Menashe Noy, Nati Ravitz, Lotuf Neusser, Avi Kleinberger, Ziyad Bakri, Ehab Assal, Alon Leshem, Lior Shemesh, Daniel Bronfman
Produzione: Nazira Films, Corniche Pictures, France 3 Cinéma, Artemis Production. Louverture Films
Distribuzione: BiM Distribuzione
Sceneggiatura: Elia Suleiman
Uscita italiana: 4 giugno 2010

Immagine



ATTENZIONE :





"Chi ti ha detto che l’America è colonialista?"
La vita di Elia Suleiman. La sua famiglia vive a Nazareth. Dal 1948, anno di fondazione dello Stato d’Israele, la città viene posta sotto coprifuoco militare e il padre, Fuad (Saleh Bakri), comincia a trafficare in armi con i libanesi. Per due volte viene arrestato, ma riesce sempre a sopravvivere e a tornare a casa. Elia intanto cresce, gli insegnanti sono severi e allineati con la nuova politica filoamericana, mentre i militari per strada non hanno remore a sparare a vista a chiunque violi le leggi del coprifuoco. A causa delle attività illecite del padre, è costretto a espatriare, ma quando tornerà, molti anni dopo, troverà lo stesso mondo: solo, con una facciata più accettabile…

È tutto vero, come il sole a mezzogiorno
Un film bellissimo e difficile da descrivere perché l’unico modo per comprenderlo appieno e percepirne fino in fondo la bellezza è proprio attraverso la visione. Il canto libero di un poeta delle immagini, questo è Il tempo che ci rimane del regista Elia Suleiman (Intervento divino), presentato in concorso a Cannes nel 2009 e colpevolmente in ritardo di un anno per l’uscita italiana (ma si può lodare a priori la BIM per averlo distribuito).
Comincia con un temporale fortissimo in cui rimane bloccato il protagonista, interpretato dallo stesso Suleiman: è la tempesta dei ricordi in cui si immerge a capofitto per ritrovare la sua infanzia a Nazareth nell’anno della costituzione dello Stato d’Israele e le immediate conseguenti lotte intestine tra arabi, palestinesi ed ebrei; le figure genitoriali, un padre militante nella resistenza (se così si può chiamare) che traffica in armi ma riesce sempre a farla franca, una madre paziente, protettiva e rassegnata al destino di persecuzione a cui la storia ha condannato la sua famiglia.
Tre fasi, separate da lunghe dissolvenze in nero e salti cronologici di decenni, che ripercorrono la storia di un paese, ma soprattutto le vicende della famiglia Suleiman nel contesto storico e sociale che va dal 1948 fino ai giorni nostri. Quando un film riesce a essere leggero pur proponendo un esiguo numero di dialoghi e una regia basata sulla fissità della macchina da presa, si può facilmente riconoscerne il valore assoluto. Il lavoro di Suleiman presenta elementi tecnici forti: una pulizia formale impeccabile e un’ironia pungente e straziante (ci sono scene secche, buttate in faccia allo spettatore, mero testimone degli eventi, in cui la parodia di un momento drammatico, come potrebbe essere una vita sotto assedio costante dell’esercito, è talmente ben studiata e rappresentata, che la tentazione di ridere piangendo è fortissima), uno splendore visivo e iconico, pervaso da un simbolismo costruito su silenzi e composizioni perfette dei quadri scenici. Pochissimi i dialoghi, essenziali. Piuttosto che un movimento di macchina ad accompagnare i movimenti degli attori, Suleiman preferisce adottare un montaggio di quadri in cui la macchina da presa è sempre posta nel punto giusto, mostrando una cura maniacale per l’allestimento scenografico e per l’inserimento contestuale dei personaggi e delle loro azioni all’interno del quadro stesso. Spesso si notano gli attori inseriti all’interno di contorni, veri e propri riquadri nel quadro principale, racchiusi in finestre, porte e corridoi dove i personaggi entrano ed escono, corrono, camminano mentre i luoghi appena percorsi restano immobili, indifferenti al loro passaggio.
La chiave autobiografica del film è resa manifesta nella parte finale, quando Suleiman torna a casa per assistere la madre, ormai malata cronica di diabete, e viene chiamato per nome e cognome dai suoi vicini apprensivi: poteva trattarsi benissimo, però, di una qualsiasi famiglia di Nazareth, al confine della storia tra l’incertezza del pre-stato e l’eccessivo militarismo dei primi periodi di costituzione dello stesso. Le rappresaglie per le strade, i proiettili che sibilano ad altezza d'uomo, il tutto è reso ovattato dal punto di vista di un bambino che si affaccia curioso e imprudente dalla finestra di casa propria.
Il rapporto con il padre è il punto cardine di tutta la prima parte (in cui, in realtà, il piccolo Suleiman rientra poco e senza lasciare eccessivamente il segno) e diventa presto un gioco di sguardi, quasi una sfida silenziosa a chi dei due riesca a dire il più possibile (di sé, dell’ansia che li circonda, del loro legame indissolubile seppur silenzioso). Nella seconda parte, l’adolescenza e l’ingresso nell’età adulta, le prime amicizie e la malattia del padre, dolorosa: costretto dalla polizia a fuggire dalla città, Suleiman lascerà tutto dietro di sé per ritornare solo dopo molto tempo, il peso degli anni passati e la rassegnazione per il troppo poco tempo che rimane da passare con sua madre, da vivere senza ansie e senza dover fuggire dal proprio passato. Due scene su tutte sono significative (ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo): il salto con l’asta del famigerato e contestato “muro di separazione” israeliano, quasi una soluzione catartica per Suleiman, compiuto nella fantasia di un uomo adulto a cui la storia ha rubato fin troppo tempo (che nessuno gli restituirà); i botti dei fuochi d’artificio, così simili agli spari uditi da bambino: la finestra è la stessa, ma i bagliori multicolore che si stagliano nel cielo diventano il simbolo di una speranza che il regista vorrebbe affidare alle generazioni future, agli spettatori e al tempo che ci rimane.
Consigliato.
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